venerdì 12 luglio 2013

Il "post" Gramellini



Dalla lettura di Gramellini non si esce uguali a prima. Passano alcuni giorni da quando hai letto l’ultima riga e ti accorgi che qualcosa in te è cambiato. Poiché non amo leggere i best seller nel momento in cui sono tali, ma solo quando è sbollita la stagione "best", ho voluto conoscere dapprima il Gramellini de “L’ultima riga delle favole” per poi dedicarmi al successone, ovvero “Fai bei sogni”. Del primo mi avevano colpito certi stati d’animo, così familiari, espressi in maniera talmente inequivocabile, da sorprendermi spesso a pensare che non avrei saputo dirlo meglio. La profonda sfiducia che pervade Tomàs è una cifra nella quale è impossibile non immedesimarsi e i personaggi fantastici di cui è disseminata la sua graduale Rehab interiore sono i controdemoni della coscienza, che intervengono a fornire le risposte ai dilemmi di una vita intera. Malgrado il finale da revenge, sono arrivata all’ultima riga delle favole, percorsa da uno stato d’animo a metà tra l’angosciato e il perplesso. Sarà perché nel momento in cui le paure vengono descritte alla perfezione, come fa Gramellini, allora assumono confini che le rendono ancora più individuabili e all’interno dei quali non è più possibile cercare scappatoie. Se ne resta ingabbiati. Forse non a caso l’immagine che campeggia in copertina è quella di una gabbia.

L'ultima riga delle favole
Forse avrei dovuto concedermi un romanzetto leggero, alla Sophie Kinsella, prima di rituffarmi in Gramellini. Chissà, forse avrei attutito il tonfo..
 
Fai bei sogni
Mi sono ostinata a non volere comprare questo romanzo, quasi volessi che lui arrivasse a me e non il contrario. Non sto a dirvi come, ma è arrivato. Il destino si è compiuto. Tempo di lettura: un pomeriggio. E non c’entra il fatto che abbiano scelto un font da 14… Ho sempre pensato che fosse facile parlare della gioia e difficile farlo del dolore. Perché sulla gioia puoi costruire intere stanze per l’anima, arredarle con i tuoi colori preferiti e ospitarvi tutte le persone che ti piacciono. E ascoltarle mentre parlano a loro volta della loro felicità, in un immaginaria catena di Sant’Antonio che nessuno mai si sognerebbe di spezzare.. Il dolore è un’altra storia. A nessuno piace parlarne troppo. La legge dell’attrazione insegna. E poi, già ci pensano i tg, i rotocalchi, e tutti gli ambasciatori di pena di cui è disseminata la comunicazione quotidiana ad aggiornarci sulle infinite declinazioni del dolore umano… Gramellini sceglie di arredare le stanze del dolore. Prende un bambino di 9 anni e suo padre, due universi distanti,  punta loro un pugnale nel cuore e li descrive nel quotidiano tentativo di affrontare una vita che non avrebbero potuto immaginare. Perché la morte di una madre non è mai un avvenimento che riguarda solo la madre. La morte di una madre è quasi sempre la morte di tanti anime che continuano ad aggirarsi in corpi viventi in cui non si riconoscono. E produce una pena senza fine alla quale si può sperare, al massimo, di trovare dei momentanei sollievi.. Un romanzo scritto interamente sulla scia di un personaggio, la madre appunto, che vive solo le prime due pagine ma lo pervade totalmente, anche oltre la parola fine. Diverse le figure femminili di cui il romanzo è popolato, figure invocate, talvolta bruscamente allontanate, osservate, indovinate o immaginate alla ricerca di quel filo che potesse ricondurre alla madre. Il tutto nella illusione, condotta fino alla maturità del protagonista, di una morte avvenuta per cause naturali. Bisogna voltare pagina 185 per sentire il sapore del muro, dell’asfalto contro il quale inevitabilmente si infrange l’attenzione e la sospensione emotiva del lettore, anch’esso “portato in giro” fino ad allora al punto tale da sentire quella delusione come propria e non solo del protagonista, quasi a richiamo di qualche delusione simile che ognuno di noi, di certo, custodisce in fondo all’anima.
Beh, a questo punto, se vi svelo altro, vi privo del piacere della lettura… però leggetelo!

Perché tutti, una volta nella vita, abbiamo diritto di credere che le canzoni dell’estate siano state scritte apposta per noi.” Troppo bella questa frase!