lunedì 30 settembre 2013

Blogtember andiamo, è tempo di ricordare!


Peccato non aver avuto il tempo di seguire l’iniziativa Blogtember  per tutta la sua durata, Jenni vorrà perdonarmi ;) ma almeno l’ultimo “compitino” voglio svolgerlo, anche perché mi sta particolarmente a cuore. Dunque, l’indicazione del tema da sviluppare per oggi 30 settembre è la seguente: “Monday, September 30: Share a photo of something old. Maybe something that has personal history for you, that was passed down to you, and that has special meaning to you. Tell us about it and why it's special.”
Ovvero: “Condividere una vecchia foto a piacere. Può essere una foto che racconta una storia personale per voi, o una foto che vi è stata tramandata, e che ha un significato speciale per voi. Fatecelo sapere e raccontate perché è speciale.”
Chi ha letto il mio romanzo “Le declinazionidell’invisibile” ricorderà il capitolo che ho dedicato all’importanza che gli album fotografici hanno avuto nell’infanzia della protagonista e devo dire che molto di quanto descritto, affonda le sue radici nel mio vissuto.
Selezionare una foto che, tra le tante disponibili, mi susciti ricordi o emozioni particolari, non è semplice. Ogni volta che apro un album avrei bisogno di interi pomeriggi per lasciare che le vecchie storie che emergono nella mia mente e nel mio cuore si raccontino nella loro interezza. E’ come se ci fossero tanti cassetti dentro di me e ogni foto rappresentasse la chiave segreta per aprirli. Dopo l’iniziale, inevitabile momento d’ilarità che ogni foto suscita per “quel sentimento del contrario”- per dirla con Pirandello - che il trascorrere del tempo conferisce ai momenti del passato, subentra sempre una dolcissima malinconia mista al desiderio di voler in qualche modo recuperare sensazioni passate, colori e profumi che, lo so per certo, mi hanno resa felice.


Photo by me

La mia scelta è caduta su questa foto che mi ritrae impegnata in una performance di alto livello artistico. Doveva essere la seconda elementare, e la maestra ci impegnò in una coreografia di spessore internazionale, un mix tra danza texana e un ballo russo tipo il Khorovod, una danza circolare dove i ballerini, a coppia, tenendosi per mano, ballavano e cantavano per poi confluire in un cerchio centrale. Questa la teoria. In pratica, già superare l’imbarazzo per essere accoppiata quasi sempre alla persona che NON desideravi e dover accettare che quello che ti sarebbe piaciuto come partner, lo hanno accoppiato a una che “non se lo merita”, comportava uno sforzo emotivo non indifferente. Se poi ci sommavi il fatto che quasi nessuno riusciva a reggere il ritmo della musica russa di sottofondo, dal momento che ignoravamo i fondamenti della pizzica salentina, figurarsi del Khorovod russo, si finiva per ritrovarsi tutti ammassati ai quattro angoli del palco, lasciando vuota la scena principale. Che poi non ho ancora capito il motivo per cui gli uomini erano vestiti da sceriffi, ma forse una spiegazione plausibile mi viene in mente osservando il costume tipico maschile previsto dal Khorovod. Roba da chiamare il telefono azzurro.
Ora guardate attentamente la foto. Cosa notate? Non notate anche voi che tutti, ma proprio tutti i soggetti hanno …lo sguardo rivolto al pavimento!!! E non è per guardare dove si mettevano i piedi, ve lo assicuro. Finalmente posso dirlo: era per la consapevolezza della figura “barbina” che stavamo facendo!!
Ecco, se mai dovessi, con fare molto americano, “andare dall’analista” per farmi scannerizzare “anema e core”, questa foto gliela porto, perché secondo me questa è una prova che certe recite dell’infanzia….TI SEGNANO. ECCOME!!!