giovedì 26 giugno 2014

Vi porto in un atelier speciale


M come Mille, Mike e Mariette. M come Miracoli. Tutt’altro che casuale appare la scelta dei nomi dei tre protagonisti del romanzo di Valérie Tong Cuong, “L’atelier dei miracoli”, editore Salani.

Photo by www. cinquequotidiano.it
Uno di quei romanzi che compri perché ti colpisce la copertina, dai toni pastello e con immagini bucoliche, ideale sfondo a prefigurazioni di passaggi magici, divini. O perché sei tratta in inganno dal richiamo vietnamita del nome dell’autrice, per poi scoprire invece che la scrittrice è francese e utilizza il cognome del marito.
“Un inno agli incontri che danno la forza di risollevarsi”, la didascalia che campeggia sulla prima di copertina.
Dai romanzi ci si aspetta sempre qualcosa: l’animo si sintonizza sui canali delle aspettative e ad ogni giro di pagina le amplifica, oppure le ridimensiona, cambia la loro natura oppure le abbandona per formularne di nuove. E il gioco si ripete fino all’ultima riga quando ci ritroviamo sempre un po’ diversi da quel che eravamo alla prima pagina e ci soffermiamo ad analizzare quel nugolo di pensieri o di idee che quel libro ha lasciato dentro di noi.
I tre protagonisti di questo romanzo sono evidentemente personaggi in cerca di aiuto: i loro vissuti, così diversi per dinamiche, estrazione e aspettative, sono accomunati dal raggiungimento simultaneo di un punto di ineludibile cambiamento nel quale, penso, sia fin troppo facile identificarsi per qualsiasi lettore. E’ la famosa “ricerca della felicità”, motore immobile che si nasconde in ogni lettore. Una ricerca che appare procrastinata nel caso di Millie, giovane donna con un vissuto trascorso a cercare di rendersi trasparente rispetto al mondo, nel tentativo di cancellare una colpa che trasforma la sua vita in una penitenza perpetua, con il solo obiettivo di assicurarsi un tetto e qualcosa da mangiare.
C’è poi il Signor Mike, ex combattente in Afghanistan, che per amore della sua donna rientra in patria ma che, abbandonata la divisa, perde progressivamente di importanza agli occhi della sua donna, fino ad esserne totalmente annientato psicologicamente e cacciato di casa.
Mariette è la borghese della situazione. Insegnante di storia e geografia, moglie di un politico in odore di promozione che la considera un puro strumento del suo diabolico piano di realizzazione personale e professionale, Mariette raggiunge il suo punto di non ritorno il giorno in cui prende a schiaffi un suo allievo, da lei considerato il capofila di un gruppo di studenti intenzionati a demolirla professionalmente e psicologicamente. Insomma, tipico contesto da burnout.  Date queste premesse, un atelier dei miracoli appare quanto meno auspicabile. Ed esso si palesa attraverso  Jean, proprietario di questa singolare struttura di soccorso umano, un po’ stile Wish Foundation ma dai contorni meno drammatici. Pronto a Prendere la mano di colui che non te la tende, forzare il destino, offrire uno specchio magico che mostri a coloro che sono accecati dalla sofferenza quello che hanno di bello e di grande”, Jean accoglie i tre disperati nel suo atelier, offrendo loro la competenza e le risorse necessarie per rigenerare le loro anime e riprogrammare le loro vite.  Inevitabile pensare “ magari esistessero strutture del genere!” ma è un pensiero banale, che si dissolve proseguendo nella lettura e accrescendo la consapevolezza, o forse la scoperta, che il solo atelier dei miracoli possibile, è quello che custodiamo dentro di noi, in quella sfera in cui teniamo sotto chiave il bene supremo, quello di emergenza, l’unico che possa salvarci davvero. Perché è vero, citando la Mazzantini, che “ nessuno si salva da solo” riferendosi all’importanza dei rapporti, anche quelli più dolorosi e problematici, ma è ancor più vero che solo coltivando assiduamente un piccolo personale atelier dei miracoli, potremo rendere la nostra vita il posto migliore in cui realizzarci.
Mi fermo qui perché a mio avviso il romanzo ha degli ottimi spunti  ma anche delle spiacevoli retrospettive, troppo ancorate alla pars destruens della natura umana e che, forse, per un attimo, il tempo di un romanzo appunto, la scrittrice avrebbe potuto evitarci. Anche se in alcuni momenti mi sono apparsi funzionali alla trama, nonché umani, troppo umani…
Mi piacerebbe conoscere qualche parere da altri lettori. Sono qui!


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